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Il resto lo sta portando al bamboccio. Non resisto, non ce la faccio, capisci? Mi ha usato… — e mollai lo spazzolino nel bicchiere di vetro. Sei tu che mi coinvolgi! Sei tu la voce nera! Sei tu il mio schifo! E ora dai la colpa a me?! E lo sai che mi piace scoparle tutte, ma proprio tutte, sedurle, giocare, fare il pazzo. Sono il tuo fascino corrotto. Sono la maschera e sono il tuo schifo. Quando eri un ragazzino eri timido, credevi ancora a un sacco di puttanate.

Ma io non sono te… — Che significa? Ma ci sei andato a convivere lo stesso, no? Volevi scopartela e basta, poi levarti dalle palle, giusto? Dai che lo sai, fai uno sforzo… — Non capisco.

Tanto ormai la bionda parte per Roma. Non ci puoi fare un cazzo. Non capivo come Sabine avesse potuto farmi una cosa simile, Cristo Santo! E le piacevo, perché quando mi insultava si bagnava lo stesso. Eppure mi torturava senza cedere di un passo.

Almeno Riu fosse stato migliore di me. Indossava solamente una maschera più conciliante, da bravo bambino, senza esserlo. Andai a letto e promisi di fare qualcosa.

Parevano contenti quei due. Mica lo sapevano che me lo aveva succhiato. Per loro la francese era un angelo, io il demonio. Perché Sabine sapeva fingere molto meglio di me. Io, il nanerottolo e lo spilungone andammo in giro per bar e bevemmo come ventenni senza timore dei postumi.

Non volevo pensare alla francese, cioè alla mia sconfitta, e quasi ci riuscii. Seduto al bancone con una cameriera mulatta che serviva chupitos, dissi tutto ai due compari.

Lo disse soprattutto rivolto ad Astor. Capii che quello ci rimase un male. Insomma, il nostro buon Astor faceva il distaccato ma in realtà si innamorava di tutte le bionde di casa.

Con loro era molto gentile, faceva quasi il padre, anche se in realtà voleva portarsele a letto. Come tutti noi, del resto. Ma sapevo che proprio in quel momento Sabine era a Roma con Riu. Maledetta, mi aveva fregato. Verso le 4 del mattino dissi ai compari di tornare verso casa e fare una festa.

Arrivati davanti alla nostra palazzina mi misi in posizione da sbirro. Quelli mi seguivano mentre sfondavo le porte e puntavo la luce in faccia ai due che dormivano.

Li costrinsi a scendere in soggiorno e accesi lo stereo. Il volume era quello di una discoteca di media grandezza. I vicini ci avrebbero denunciati il giorno dopo. Nessuno doveva dormire quella notte. Feci davvero il demonio, gli altri mi vennero dietro.

Anche Ramona che presi per mano facendola ballare sul tavolo. E invece di tirarmi uno schiaffo mi sorrise. Sapere di potermela scopare, anche subito, mi rese felice. Un istante di contentezza. Un briciolo di nulla. Facevamo tutti schifo, tutti porci, tutte troie. Mi svegliai il giorno dopo.

Mi misi a ridere. Poi soffrii per la mia stupidità. Giù in cucina incontrai Astor e Mattew che era rimasto a dormire da noi. Poi, osservandoli bene, intuii che stavano aspettando Sabine.

Anche se non ero migliore di loro, anzi peggio. Non riuscivo a smettere di pensare alla biondina. E questo mi fece ricadere tra le cure amorevoli di Michele, sempre pronto a farmi da infermiera. La sua omosessualità lo aiutava parecchio in questo. E poi ti avevo chiesto di non sparire. Ci sono sempre per te, invece tu… — Cosa? Ed è cresciuta con un padre depresso, pieno di sensi di colpa, in una famiglia spezzata. Ma forse non è nemmeno un mostro. Insomma, è giovane, è confusa, è fragile.

Alla sua età ho fatto di peggio… — dissi io. Era la prima volta che ammettevo di essermi comportato come un animale, in passato. Quella ti rovina, vedrai… — Ok, quindi che dovrei fare? Torno qui e parlo con te? Ma non ti confondere. Che mi seduci e ci godi… — Io? Era la prima volta che qualcuno mi faceva notare di assomigliare in qualche modo a Sabine. Tuo padre è morto quando eri piccolo, giusto? E ora vivi con tua madre. Terribile, tenace, a volte spietata. Mio padre no, era dolce.

Il secondo ricordo invece è che lui andava sempre a pescare. Con un suo amico. Mia madre non ha mai detto nulla, come se vedesse e non lo ammettesse. Poi tornava sempre da me!

Sempre, fino alla fine… — Michele, facciamo un discorso tipo Jodorowsky. Non lo capiscono ma lo sentono. Te lo dice uno che è cresciuto in mezzo alle frasi dette a metà, ai compromessi, al rancore… — Forse.

Mi rimproveri se non mi occupo di te, sapendo pure che è una cosa impossibile visto che non riesco nemmeno a occuparmi di me stesso. Ero bravissimo a riconoscere le dinamiche nascoste degli altri. Vedevo il bordello che stava dietro le maschere. Il difficile era vedere chiaro in me. Chi erano i miei genitori? Ed eccomi, ero nato. A parte rari casi dove mi raccontava i miti greci, il viaggio di Ulisse, le storie inventate da lui. Dipingeva, scolpiva il legno, lavorava i metalli.

Ad un certo punto, basta. Ero diventato un nemico. Mia madre, giovane, bionda, capelli mossi, occhi verdi. Aveva un aspetto nordico e non meridionale. Studentessa perfetta, laureata prima di tutti, ragazzina.

Mia madre mi aveva messo in mezzo. Lei faceva le cose in mia funzione, sempre. Troppo, tutto, ero il suo alibi. E se mio padre faceva il bastardo lei mi dava i giocattoli di nascosto, sempre di nascosto. Mi lasciava là sul pavimento e andava da lui. Perché quei due dovevano scopare, no? E ditegli che ero cresciuto cercando sempre la stessa dinamica a tre. Ditegli che non mi avevano insegnato né ad amare né ad essere amato. Solamente posseduto e ricattato. Porca puttana eva cazzo.

Tutti hanno una forma di incesto latente. La stessa che mi dava la tetta quando ero piccino. Senza manco spendere soldi in psicoanalisi. Anche per timore di sostituirla. E se avessi eliminato quella dinamica avrei potuto scoparmi le femmine. Tutte le femmine del mondo. Le lezioni del master procedevano. Il Cinema indagava e rappresentava nel buio della sala un sogno collettivo. Ogni scena, ogni dettaglio, doveva portare ad una progressione verso lo svelamento del significato profondo della pellicola.

Il Cinema doveva avere un mistero nascosto tra le immagini e una tesi filosofica su quel mistero. E la risoluzione doveva avvenire poco prima del finale, esattamente come accade nella Vita. Più facevo cadere i filtri dai miei occhi e più il mondo aveva indizi da darmi. Era la storia di un tale partito per la guerra che si innamorava di una donna cattiva.

E il ritornello diceva: A questo servono le canzoni. Dopo Liz, crudele e attaccata al denaro, adesso Sabine, sadica e spietata. Perché mi ostinavo a cercare lacrime nella sabbia? Mi rivolsi a Corallo dicendogli che avremmo fatto sesso in giro — glielo promettevo — ma dovevamo stare lontani dalla bionda. E forse proprio per questo, sentendomi distante, fu Sabine a cercare me. Cosa vuoi da me, Sabine? Lo hai detto tu che gli adulti si parlano… — Appunto, gli adulti, non i ragazzini. E poi cosa devo dirti?

Non ti rendi conto del danno che mi hai fatto. Hai fatto la tua scelta e ti sei sporcata. Hai voluto essere la reginetta del castello. Ecco, facciamo che da oggi in poi ti tollero come Lena. Frequentai come al solito il master. Si commosse e venne su da me in terrazza. La feci andar via a bocca asciutta. Corallo se ne dispiacque un pochino. Sabine si chiuse in camera sua. Diventai triste per un istante. Per un solo istante tenni in considerazione il dolore di qualcuno che non fossi io. Il problema è che iniziai anche a farmi risultare simpatico il lato corallino.

Il fatto di aver recuperato dignità mi rese più forte, ma anche distratto. Era ben vestita e truccata. Ci ritrovammo nudi sotto le mie lenzuola. Mi fece una sega. Che vita da infame avevo, tzè. Un pomeriggio fumai una sigaretta assieme a David che era in vena di chiacchiere. Ce ne stavamo davanti alle finestre che davano sul mare. Barcellona stava rifiorendo nei cortili delle case. Anche perché mi ricorda quello che succede in questa casa.

Sta a Roma per un Erasmus che non vivrà più nella vita ma passa il tempo a chattare con una che sta qui! Mi sto accorgendo solo adesso cosa significa fare una distinzione tra le due cose.

Ma ho trentatrè anni e le idee ancora confuse. Meglio andare con una che incontro in discoteca… — Hai tutto il buon senso che manca a me. Eravamo a letto assieme. Ho spento la luce. Poi è rimasta ferma. Dovevi baciarla, toccarla… — Dici? Non fare come quel babbeo di Astor, checcazzo! Te lo dice uno che tanto tempo fa, ma proprio tanto tempo fa, ha fatto lo stesso errore. E non è più capitato. Buttai il mozzicone e dissi a David di vedere meno serie televisive e vivere la vita. Che era ingiusta, violenta e crudele ma uno doveva pur starci in mezzo.

No, credo di no. Forse neanche quando ero innocente. Ero stato imbranato, di sicuro, per imparare a non sprecare occasioni.

Vabbè, tanto ormai ero corrotto. Sabine decise che Riu non le bastava più. E il fatto che non le sbavassi attorno al culo non le andava giù. Ma piuttosto che darmela cedendo su tutta la linea, si mise a spruzzare ormoni su Astor. La ragazzina aveva imparato a sedurre chiunque. E come seduceva gli uomini, Sabine? Aveva anche una figlia più piccola di me.

Mi tradiva con tutti, lei si faceva maschi e femmine. Astor e David ascoltavano la storiella sexy, arrapati e soggiogati. Ecco come seduceva Sabine. Dando piccoli indizi, facendo la brava bambina e poi alzando la gonna per far vedere che sotto non portava le mutandine. E mi sorprendeva che Ramona annuisse orgogliosa della sua piccola Sabine, che ormai trattava come una sorella più piccola. Dopo cena si misero tutti a fumare erba, tranne me che andai in camera. Selezionai un video lesbo con due biondine vestite da scolarette e mi svuotai le palle.

Tanto che un pomeriggio Riu volle parlarmi su Skype. So che vi siete baciati, una volta, ma fa niente. Vogliamo stare assieme, voglio tu sia nostro amico. E che due settimane fa è tornata qui a farmi una sega? Poverino, tu credi a lei e non a me, giusto? Non ti sei accorto che Sabine è una puttana e ti sta prendendo in giro! Riu si mosse verso la webcam e la linea cadde.

Non aveva retto alla botta. Pensai che era proprio vero che cornuti e puttane vanno sempre assieme. Perché lo hai detto a tutti?! Tutti devono sapere lo schifo di questa casa. E ho visto che parli spesso con Astor. Proprio non ci arriva a capire che si era comportata di merda con tutti, non solo con me. Camminando un pomeriggio per le vie del quartiere di Gracia mi fermai davanti alla vetrina di un tatuatore.

Guardai alcuni disegni sui poster, stando fuori, e dopo entrai. Due belle ragazze sudamericane con le gonnelline corte volevano lo stesso tatuaggio. Lo stavano illustrando ad un tipetto tatuato su entrambe le braccia. Risposi di volere una Tigre e fiori di ciliegio tra le onde di un mare in tempesta.

Stile giapponese, tre quarti di braccio, il sinistro. Nel frattempo mi avrebbe inviato qualche bozza di tigre disegnata col suo stile. Gli strinsi la mano e tornai verso casa. Pensai che era fico il mio tatuatore. Tranquillo, poche parole, affascinante. A lui avrei permesso di scavarmi la pelle e iniettarci dentro inchiostro.

Chi ti tatua è importante come il tatuaggio stesso. Perché è una bestia forte, spietata, nobile. Perché in fondo sono dolce e romantico. Perché è senza forma e col tempo scava anche la roccia. Un incontro fortuito, magari potevamo parlare. Feci un sorrisetto tipo: Fumai una sigaretta nel sole del tramonto. Con gli occhi socchiusi. Odore di fiori e di mare in lontananza. Se ne stava sempre solo nei pomeriggi estivi. Ma nessuno glielo insegnava. Un giorno a Ciccio viene sete.

Entra nel bar che sta sotto i portici per comprarsi un ghiacciolo. Fa il gentile col bambino, dice che gli regala il gelato se va assieme a lui nel retrobottega. Ciccio non sa che fare. Ma giusto prima che il barista possa fargli del male entrano in scena due adolescenti. Una coppia di tamarri di periferia, in sella ad uno scooter.

Sedicenni, chiassosi, vogliono delle birre, sputano per terra, ridono bestemmiando a raffica. Sentii il sole bruciarmi la fronte. Continuai a far scorrere le immagini della storia. Ciccio torna in piazzetta col pallone. Prova e riprova a tenerlo in equilibrio ma coi sandaletti di plastica che ha ai piedi non ci riesce. Ciccio è nel mezzo di due lati oscuri senza saperlo.

A un certo punto il pallone gli scivola via rimbalzando verso i due tamarri. Uno dei due, affilato come una lama, raccoglie il pallone e inizia a palleggiare come un Dio. Ha appena trovato i cattivi maestri che da quel giorno in poi lo cresceranno, mentre il barista tenterà ancora di abusarne. Quel lasso di tempo dove è meglio se impari a essere furbo. Un nuovo personaggio tra i miei appunti. E dovevo dargli un cognome, oltre Ciccio.

Ciccio che a forza di frequentare i due zarri impugna un coltello. Il contrario di Cristo. Eccolo, avevo trovato nome e cognome: Fuori pioveva di brutto, camminammo sotto lo stesso ombrello, ridendo di Riu e Sabine perché al nanerottolo piaceva sentire la storia di come avevo detto al catalano che la biondina me lo aveva succhiato. Rideva un sacco, mi diceva che ero un demonio. Comprammo una bottiglia di Jagermeister da portare agli amici.

Bella ragazza spagnola, capelli scuri e ricci, indossava una minigonna di jeans e una maglietta. Poi la coppietta di sudamericani mise musica mostrandoci quanto fossero bravi a ballare.

Noi ci sediamo e facciamo la giuria! Feci un respiro, entrai nella parte di quello serio e presi tra le braccia Anita.

Perché il tango si balla stretti, le gambe si incrociano, la donna ti respira sul petto. Il tango è sensuale altrimenti non è tango. Ci guardammo negli occhi con intensità più forte. Tornai a buttare giù chupitos. In realtà avrei voluto sollevare Anita e portarla via, perché quando si balla un tango assieme si capiscono — subito — tante cose. E si vede che avevamo capito le stesse. Era meglio evitare la tentazione. E la tentazione ero io. Astor era ciuco fradicio. Aveva smesso di piovere.

Solamente una serie infinita di Sabine? Guardavo torvo perché volevo fare a botte con qualcuno. Mi intromisi nella discussione di un paio di tizi che stavano su un marciapiede assieme alle loro fidanzate. Avevo uno sguardo talmente folle che evitarono di guardarmi negli occhi ed entrarono in un bar. Sputai per terra come i pazzi, e ripresi Astor sotto braccio. Ma uno scooter rosso, parcheggiato sotto un lampione, si fece notare troppo.

Mollai il suo braccio e corsi verso lo scooter. Feci un salto a gamba tesa e lo buttai per terra. Quello cadde con uno schianto di metallo e plastica. Poi svenne nel suo stesso vomito. Scrissi la scaletta del racconto del bambino Ciccio.

Aggiunsi anche un titolo: Tutte cose che io, i miei trentatré anni e la mia testa di cazzo, non avevamo. Non posso sostituire il tuo ex ragazzo. Non capisco… — Il cinema, è la tua illusione. Vieni a dire a me, dopo anni a combattere, che mi illudo! Perché non ti ho dato retta mentre mi facevo fare un pompino da una francese?!

Non hai capito che ti sta usando? Non tu che invece sei tanto buono, che ci sei sempre per me e chiedi, chiedi, chiedi… — Perché io ti voglio davvero bene! Allora vattene a fare in culo! Tanto a te piace. Chiusi la chiamata Skype. La testa mi scoppiava. Ed ero ancora circondato da gente piena di richieste assurde, affetto deluso e ansia.

Li avevo fatti entrare io nella mia vita. Loro, i loro problemi, la loro merda. Perché in fondo gli assomigliavo. Ma non era morto. E per un certo periodo la cosa ebbe un effetto addirittura positivo.

Già, perché il Maestro dovette starsene buono, buono, imbottito di medicinali. Più calmo anche nel rompermi i coglioni. Addirittura un giorno, con accanto mio madre che lo aveva messo in contatto tramite webcam, disse di volermi bene. Andai a camminare nel Parc Guell. Ci andavo spesso, in effetti. Riconoscevo i turisti italiani da lontano, dal modo di muoversi. Buffi e violenti assieme. Mi perdevo tra le strutture di pietra, le piante, le mattonelle colorate di Gaudi.

Qualcuno suonava la chitarra, qualcuno il violino, la musica era presente assieme al resto. Barcellona sarebbe finita, e io? Poi, splack, sulla mia t-shirt comparve una macchia. Uno di quei pappagalli verdi che vivono tra le palme mi aveva appena cagato addosso. Non mi incazzai perché stavo tornando a casa e mi sarei cambiato. Pensai che il giorno dopo avrei compiuto 34 anni. Merda, forse era un buon segno. Riconoscevo gli ormoni tra le stanze. Era un sapore dolciastro di biondina e shampoo.

Non le sputai addosso né dissi maleparole. E lei ci rimase male perché non avrebbe potuto lamentarsi con Riu. Avevo un anno in più. Era David che mi consegnava un pacchetto.

Lo aprii vedendo che era un libro su Tarantino e la Filosofia. Me lo aveva inviato Michele per posta. Gli avevo dato il mio indirizzo di Barcellona molto tempo prima. Gli scrissi un messaggio ringraziandolo, come se il litigio dei giorni prima non fosse accaduto.

Uscii di casa scendendo verso il mare. Dopo poco trovai una banconota. Erano 20 euro belli puliti. La merda del pappagallo del giorno prima aveva fruttato. Turiste giovani e culetti esposti ai raggi del sole. Mi misi a leggere il libro su Tarantino. E non di quelli che si ricattano emotivamente. Tornai a casa con la faccia scottata e un bel colorito sano.

Astor e Ramona mi fecero gli auguri chiedendomi di cenare assieme quella sera. Per la prima volta la vidi piccola e sciocca. La vidi per quello che era: Ramona aveva fatto un dolce. Ci spensi sopra una candelina. Poi me ne andai in terrazza anche se quelli volevano che restassi in soggiorno a fumare erba. Il giorno dopo ripensai a mio padre. Se quella venuzza invece che mandarlo in tilt lo avesse ucciso, sarei stato pronto?

Insomma, se il Maestro fosse schiattato, sarebbe toccato a me fare il maschio di casa a Milano. Scesi in cucina a farmi un caffè. Presi la tazza marrone, la preferita di Riu, e notai Sabine parlare con mille sorrisini ad Astor.

Ne approfittai per parlare al nanerottolo accanto alle vetrate del soggiorno. Non è che Sabine ti sta portando dalla sua parte? Ci sta provando anche con te?! Guardiamo film assieme e fumiamo, ma è come una sorellina piccola… — Aspetta. Stai dicendo che Sabine viene in camera tua a vedere film e fumare erba? Non ti si gonfiano le palle, non ti viene voglia?! Ma forse, siccome ero un porco-maschio-italiano e lui un francese-gagà-dignitoso, non potevo capire.

Non te la scoperesti?! Lo sapevo che bastava aspettare, con le donne bisogna saper aspettare. Il discorso del perfetto topo di fogna. Di scopatori di donne deboli. Roba che non mi ha mai riguardato, cazzo, che schifo. Hai mai pensato di andare da una ragazza, guardarla negli occhi e dirle che ti piace? So badare a me stesso. Ho detto che devi stare attento al cuore. E glielo dissi guardandolo bene negli occhi, vedendo qualcosa che lui stesso ancora non sapeva, perché il nano poteva fare tutti i discorsi che voleva imitando la spocchia da delinquente di Corallo, solo che lui non era Corallo.

Poteva fingere cinismo ma non essere davvero cinico. Ed è pronto a mettersi a piangere in qualsiasi momento. Tanto non avrebbe capito nulla. E Sabine se lo sarebbe rigirato come un calzino. Guardai verso il basso. Ramona, David e Lena andarono ognuno a farsi un weekend fuori casa. Quindi restai solo con il nanerottolo e la biondina che fece il suo show. La vidi sedurre lentamente Astor, in soggiorno, in cucina, sulle scale, davanti al bagno. Pranzarono come era accaduto con Riu, lontani da me, senza rivolgermi la parola, parlando in francese.

E poi si chiusero in stanza a guardare un film e fumare. Osservai le onde del mare. Era bella, talmente bella che sarei andato a nuoto fin là per salirci sopra e partire per altrove.

Davvero stanco di tutto. Passai il tempo a leggere Tarantino, vidi culetti appoggiati sulla sabbia calda. Mi venne da vomitare. La sera mangiai qualcosa e mi vestii bene. Prima di uscire li vidi in cucina che stavano tagliando zucchine. Sabine aiutava Astor e mi fece un sorrisetto. Pensai di farli piegare entrambi con mani e ginocchia sul pavimento e ficcargli la verdura su per il culo.

Ma non lo feci. Anzi, ricambiai Sabine e mostrai la camicia che avevo indossato. Camminando verso la metro io e il lato oscuro ci scambiammo la promessa di fottere Sabine e umiliare Astor, al più presto. Arrivai davanti a un palazzo con la facciata di pietra rossa. Arrivai in cima e una bella ragazza mi fece entrare. Strinsi la mano a chi non conoscevo, appoggiai la bottiglia di vino rosso che avevo portato su un tavolino stracolmo di alcolici. Jago, col suo atteggiamento gay in versione dandy, venne a darmi due bacetti sulle guance, tutto contento e impomatato.

Anche lui frequentava il master. Colombiano, famiglia benestante, arrivista, efebico. Il cielo scuro era stellato. Barcellona brillava fino al mare. Attori, aspiranti registi, gay, etero, lesbo. E riempivano i bicchieri alzando il volume della musica facendo scendere le inibizioni.

Chi mi aveva passato il bicchiere era un ragazzo dalla pelle bruna, anche lui sudamericano. Frequentava il corso di regia del secondo anno.

Era bisessuale e inizialmente credetti di stargli antipatico. Forse perché aveva notato il cambio di colore nei miei occhi. Erano anni che non ci frequentavamo, io e lei. E quelle gli stavano dietro. Le due attrici, la colombiana, una fotografa brasiliana, una cicciona messicana, tutte in fila a bere dalla bocca di Corallo.

Altra polvere nei bicchieri, altre strisce bianche sul tavolo. Vidi Corallo a petto nudo in piedi sul divano mentre Jago faceva balletti coordinati tipo Britney Spears in mezzo alle ragazze eccitate. Il primo era che Jago tiranneggiava le sorti delle scopate altrui.

E lui la teneva stretta aspirandole il collo, come fosse cocaina. Ormai alcool e droga erano ovunque, spensieratezza diffusa. Corallo chiese ad Aguil di buttare giù altre strisce perché doveva pensare in fretta. Ci volle poco visto che era già mezzo nudo. E via, polvere bianca per tutti. Potevano ormai essere le sei e mezzo del mattino.

La coppia di lesbiche si baciava a grossi schiocchi sul divano. Qualche frocetto si era appartato nelle stanze. Tornai in me stesso a gestire la cosa. Sempre lo stesso discorso. Eccerto, una logica opportunistica schiacciante, no? Non mi arrabbiai, non ne avevo voglia. Ringraziai e tornai verso casa. Trascinandomi lentamente sentii che il potere delle droghe era svanito. Salii le scale e mi accorsi che qualcuno era già in bagno. E — forse — per la prima volta quasi sazio.

Quando mi risvegliai nel pomeriggio scesi in cucina. Avevo addosso i pantaloni neri della tuta, restando a petto nudo. Oltre alle occhiaie e il naso che mi faceva male per via della polverina. Scrissi un messaggio alla biondina. Dopo pochi minuti non solo mi rispose ma scese al piano di sotto. Le feci un sorriso e le raccontai della notte precedente. E ho visto che adesso frequenti Astor, quindi… — Non frequento Astor! Se tu sei felice, dopo Riu hai trovato quello giusto, no? Siamo solo amici, e Riu non lo sento più… — E quindi Astor, niente?

Stamattina è venuto a salutarmi in stanza, tutto dolce. E mi scrive sempre su watzap. Prima non lo guardava mai il cellulare. Non si lascia prendere. Sabine, la malizia accesa sul fondo delle iridi verdi, prese nota di quanto le avevo detto. Mi avvicinai lentamente alla biondina. Lei mi strinse le spalle nude. Mi allontanai per far decantare la cosa.

Come un vino rosso e corposo, anche la voglia di sesso doveva ossigenarsi. E le mosse avventate con Sabine non funzionavano.

Le diedi un bacetto su una guancia e tornai in terrazza. Dovevo riprendermi dalla sbronza e da tutto il resto, anche perché il giorno dopo sarei andato a tatuarmi la Tigre. E avrei compiuto la profezia. Ma dovevo ancora sudarmela. Tenere occhi aperti, annusare odori, schivare trappole.

Non era la prima volta che mi iniettavano inchiostro sotto pelle. Sapevo a cosa andavo incontro. Il delizioso macinare della punta di metallo sulla pelle. Tornai a casa e chiesi a Sabine di accompagnarmi a comprare un rotolo di plastica trasparente per coprirmi il braccio durante la notte.

Deve finire le sfumature e gli altri particolari, ma niente colori. Camminammo fino ad un negozietto di pakistani. Sugli scaffali non avevano Domopak tranne un rotolo che tenevano sotto il bancone. Gli diedi un euro e mi comprai quello già aperto. Finalmente ci siamo chiariti. E voglio dirti una cosa… — feci io.

Che sei una brava ragazza, romantica, seria. E che se hai fatto quelle cose era solamente perché eri confusa. Non importa niente tranne che mi piaci, e puoi fare quello che vuoi.

Ho sbagliato a pretendere troppo da te…. Poteva fare la sgualdrina con Riu e con Astor. Certo, ma non conosceva tutti i trucchetti che avevo imparato io negli anni.

Mancava ancora una pennellata, poi il quadro sarebbe stato perfetto. Bisognava rassicurarla su tutto. Doveva sentire di avere la situazione sotto controllo. Ed io stavo lavorando per quello. Davanti allo specchio osservai che avevo addosso una gran Tigre. Dal corridoio arrivarono dei suoni. Sabine chiedeva se avessi bisogno di una mano. Aprii la porta e la invitai a dare un occhio al capolavoro. Ero nudo davanti a lei. Si morse un labbro. Dopo cena rimasi a casa.

Ci volle un sacco di tempo prima di restare solo con la biondina. Dal soggiorno passammo nella sua stanza. La sensazione — dopo tanta attesa — mi fece impazzire di piacere. La presi per le chiappe facendola muovere più veloce, ma aspettai i suoi tempi. La toccavo come fosse la prima volta, la baciavo guardandola negli occhi. E quando il mio limite di resistenza fu al massimo, la scopai come un animale. Avrei voluto dormire con lei, anche per una vittoria schiacciante tipo possesso totale del territorio, ma non volle.

E proprio nel letto di Riu mentre Astor è fuori, illuso, credendo di tornare qui e trovarla per lui. Dobbiamo levarci dalle palle. Iniziavo a farci la bocca. Abbiamo chiuso la faccenda, devo pensare a cose serie, tipo il lavoro… — Ma no! Quando torna Astor lei proverà a tenerlo buono, no?! A giugno sarà qui anche lui. Iniziavo a diventare responsabile. Addirittura davo consigli alla parte nera.

E quel bimbetto figlio-di-puttana che noi stessi eravamo stati perde potere. Mi misi a letto e feci un sogno. Mio padre e mia madre mi stavano davanti. Mi guardavano senza dire nulla. I miei genitori iniziavano a perdere acqua sporca dai vestiti. Di veleno ne dovevano buttar fuori parecchio i miei genitori. Nonostante godessi a scoparmela quando lui andava a dormire e lei saliva in soffitta da me.

Intanto Lena si accorse di me e della francese. Per quanto tedesca era pur sempre una donna. Non gli risposi, per tenerlo là a friggere, ma tornai sul sito di appartamenti in condivisione anche se Corallo non voleva che me ne andassi. Ma vincere cosa, poi? Non capisci che ci crede?

Ti ha portato fuori a pranzo oggi?! Quei due erano usciti presto la mattina andandosene in macchina fuori città. E il nanerottolo faceva il galante mentre Sabine prendeva a piene mani.

Tanto poi aveva me, la notte, per il resto. La vita diurna la dedicava a lui: Ma il peggio non era quello. Il peggio era il sospetto. Il timore costante è sadismo puro. Lo aveva fatto con me dopotutto. Magari lei gli infilava la mano sotto sapendo che qualcuno passava nel corridoio, ridendo maliziosa. Tutto diventava plausibile nel sospetto di un animo corrotto. Tu stai con me, capito? Questo non è amore. Non è un contratto che abbiamo firmato — disse lei — Viviamocela tranquilli, senza paranoie, senza promesse… — Mi hai spaccato le palle perché pensavi volessi solo portati a letto e ora?

Vuoi fare la ragazza aperta! Se voglio uscire con Astor o con dei ragazzi, non ti riguarda — fece lei, cattiva — Noi non stiamo assieme! Tu sei tanto meglio?! Se passi in mezzo alla strada le donne non si girano a sbavare!

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